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Il 34% delle Associazioni sportive rischia di chiudere definitivamente entro dicembre

“Ci vorranno due anni per tornare ai livelli pre Covid”. Questo il pensiero, sicuramente positivo e forse fin troppo ottimistico, del viceministro dell’Economia, Laura Castelli. La realtà purtroppo è ben diversa e molto distante dalla stima profetizzata dall’onorevole pentastellata. Perché se si vanno a leggere i dati pubblicati da Sport e Salute S.p.A., sulla base di questionari somministrati agli operatori del comparto, l’Italia rischia di perdere nel giro di pochi mesi migliaia di associazioni e società sportive dilettantistiche. Il 34%, infatti, considera abbastanza probabile l’ipotesi di chiudere definitivamente e di cessare qualsiasi attività entro il prossimo 31 dicembre. Il futuro sembra nero e il finale già scritto. I continui rinvii sulla possibile riapertura di palestre, piscine e centri sportivi, uniti alle spese e ai costi fissi di gestione, stanno spegnendo la luce su un mondo che promuove la salute e il benessere dei cittadini, che veicola i valori positivi dello sport e che dà lavoro a migliaia di persone. Ed il tema dei collaboratori sportivi dovrebbe essere preso seriamente in considerazione da chi governa l’Italia. Se il 27,1% degli intervistati prevede di mantenere le stesse persone rispetto all’era pre Covid, 1 su 10 pensa di ridurre del 50% il numero di collaboratori. Simili tagli e chiusure renderanno l’Italia e i suoi cittadini più poveri di quanto qualcuno possa immaginare.

Secondo i risultati dei questionari di Sport e Salute, inoltre, a febbraio il 56% delle nostre ASD e SSD non ha potuto portare avanti alcuna tipologia di attività. Il restante 44% ha resistito, aggrappandosi con le unghie e con i denti a quel salvagente chiamato “evento sportivo di rilevanza nazionale”. Solo così, in linea del tutto teorica, un sodalizio sportivo è rimasto aperto, anche in zona rossa, per accogliere soltanto i tesserati in procinto di gareggiare, competere o esibirsi ad una manifestazione sportiva importante. In pratica, però, le ASD e SSD affiliate agli Enti di Promozione Sportiva, come se fossero figlie di un dio minore rispetto alle Federazioni, hanno dovuto osservare il diktat della chiusura con la propria regione soggetta alle restrizioni più dure da parte della cabina di regia del governo e del Comitato Tecnico Scientifico. Con una situazione a dir poco complicata e con l’Italia ancora nella morsa del coronavirus, l’8% dei club chiusi ha dichiarato conclusa la stagione sportiva 2020/2021 nel secondo mese dell’anno.

I tristi numeri spingono il mondo dello sport in una direzione opposta rispetto a quella ipotizzata dall’On. Laura Castelli. Affinché il suo virgolettato possa verificarsi, sarebbero necessarie misure e strategie a medio-lungo termine che fino a questo momento nessuno nel Governo ha mai decantato o illustrato. Anzi, sono stati gli stessi operatori del settore ad avanzare delle soluzioni per rilanciarsi. Quasi uno su due chiede incentivi per i costi di locazione, mentre il 36% non dimentica il cliente ed invoca aiuti per le iscrizioni da parte dell’utenza. Perché quando ci saranno le condizioni giuste per riaprire, bisognerà lavorare sulle resistenze psicologiche degli italiani. Le palestre, le piscine e i centri sportivi, da un anno a questa parte, sono stati dipinti non come luoghi del benessere ma come focolai del virus. Vincere certi blocchi e togliersi una simile nomea sarà una sfida altrettanto dura per chi lavora nel mondo dello sport. Per questo motivo, il comparto merita rispetto, chiarezza e vicinanza da parte delle Istituzioni.