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IL CORONAVIRUS NON FERMA IL BULLISMO ED IL CYBERBULLISMO

Meno scuola, meno ore dedicate allo sport, ma più episodi vessatori. Il virus che ha stravolto le nostre vite, la nostra quotidianità e le nostre abitudini non riesce a fermare quei casi di violenza fisica e psicologica che rientrano nella sfera del bullismo e del cyber bullismo. Anzi, simili fenomeni devianti sono in aumento tra i giovani, tra i teenager e, fatto ancor più grave, tra gli under 11.

La chiusura dei luoghi di maggiore aggregazione, come gli istituti scolastici e i centri sportivi, avrà rallentato la diffusione del coronavirus, ma ha consentito ad un’altra piaga ugualmente subdola di propagarsi e di infettare il corpo e l’anima di vittime e carnefici. Potrà sembrare assurdo, però il rapporto tra distanziamento sociale e atti di prevaricazione o di violenza è direttamente proporzionale. Più aumenta la lontananza da un possibile bullo o cyber bullo e più si registrano atteggiamenti o casi sopraffattori. Nell’ultimo anno, a Roma, quasi un adolescente su due è stato vittima di bullismo o cyber bullismo da parte di coetanei. Il dato fornito dall’Osservatorio regionale, insomma, fotografa un quadro di disagio e accerta che certe politiche non sono state sufficienti ad eliminare il problema o, quantomeno, ad affrontare il tema.

A preoccupare maggiormente gli psicologi e i terapisti è il diffondersi del fenomeno legato ad internet e agli strumenti di comunicazione smart. Le dinamiche fluide della rete delle reti consentono agli aguzzini e ai persecutori di confondere la loro identità e, allo stesso tempo, di implementare la loro aggressività. In questi ultimi 12 mesi, nonostante l’allarme, si è parlato di restrizione e non di un modello di prevenzione fondato sulla funzione educativa della scuola e sulla capacità dello sport di infondere valori positivi nei praticanti. Non è stato neppure abbozzato un programma multidisciplinare che, mediante interventi di mindfulness o altre esperienze di consapevolezza dei propri stati emotivi, potesse fornire sostegno, non solo psicologico, ai giovani e alle loro famiglie. I soggetti più fragili, ma anche i perseguitatori da rieducare, sono stati lasciati soli e senza quei luoghi in cui si dispensano lezioni di vita. Gli ambienti in cui si impartisce l’istruzione e si pratica una disciplina sportiva, ad esempio, non possono essere visti solo come veicoli di trasmissione del contagio. La scuola e sport sono palestre di vita. È proprio in questi ambienti che a volte si ritrovano fiducia e riscatto sociale, si liberano tossine ed energie negative, si incanalano nella giusta maniera energie positive e si educa l’alunno e lo sportivo a rispettare delle regole e a seguire dei principi e dei valori, come l’inclusione, il rispetto, il fair-play, la perseveranza, la lealtà, il coraggio, il sacrificio, la disciplina, l’integrità e l’autoefficacia, su cui si poggia la società.

 

La pandemia ha messo e sta mettendo a dura prova la tenuta psicologica e la salute mentale dei giovani. Il distanziamento fisico, le misure restrittive, la didattica a distanza e l’impossibilità di praticare la disciplina sportiva che si ama stanno facendo il resto. Per certi versi, si stanno arrecando alle future generazioni ulteriori danni che si ripercuoteranno sulla società per decenni. Questo è il momento di considerare un nuovo modello di prevenzione per contrastare la diffusione di episodi di bullismo e cyber bullismo o di comportamenti devianti e per aiutare chi è in difficoltà e chi deve essere rieducato.