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Si può considerare lo sport un settore non prioritario?

Mentre le forze di maggioranza litigano, si accusano a vicenda e si appellano ai cosiddetti “costruttori” o “responsabili”, un tempo apostrofati con il termine “voltagabbana”, c’è un Paese che rischia la disgregazione sociale. Interi asset del tessuto economico nazionale, comparti che danno lavoro a milioni di persone, sono allo stremo. Il rischio di fallimento è concreto. Tra i settori più colpiti dal lockdown e dalle misure restrittive elencate nei vari Decreti della Presidenza del Consiglio dei Ministri, con l’intento di arginare la diffusione del COVID-19, c’è sicuramente lo sport.

 

Le Associazioni e le Società sportive Dilettantistiche, i gestori dei centri e degli impianti sportivi e il milione di persone che è impegnato quotidianamente nella promozione dei corretti stili di vita e del benessere psico-fisico attendono con impazienza interventi, decisioni serie e fatti concreti. Le parole, le ipotesi ventilate sulla data di riapertura e i proclami di chi cerca soltanto visibilità sui media e sugli organi di informazione suonano come una beffa, una presa in giro per chi nel mondo dello sport ha creduto, investito, costruito e profuso energie e risorse.

Molte di quelle realtà che contribuiscono a produrre il 3% del PIL nazionale sono sul punto di abbassare le serrande e di chiudere i cancelli. Definitivamente. Se il primo lockdown ha messo a dura prova la tenuta economica e finanziaria degli operatori dello sport, con il secondo stop dello scorso 25 ottobre è stato inferto un colpo da knock out. Eppure, per rimanere aperti, gli operatori del settore avevano ridisegnato i layout dei loro centri sportivi, eseguito lavori per uniformarsi ai protocolli, rispettato le regole e prestato attenzione a qualsiasi dettaglio. Tutto vano. Nonostante le indagini svolte non abbiano ravvisato irregolarità e nonostante gli esigui numeri di focolai sviluppatisi in ambito sportivo, è arrivata la serrata. I riflettori sullo sport si sono spenti ed in questo momento, con il nuovo via libera che è stato posticipato di Dpcm in Dpcm, il ritorno alla normalità o ad una parziale apertura sembra ancora troppo lontano.

 

Non essendoci chiarezza, né tantomeno una strategia a medio-lungo termine, la tenuta finanziaria del sistema sportivo è messa a dura prova. Chi ha analizzato i conti del settore ha ipotizzato una perdita alla fine del 2020 di più di 5 miliardi di euro. Un’ecatombe erariale senza precedenti dalla quale sarà dura rialzarsi. Anche perché i fondi erogati, stando a questi numeri, rappresentano soltanto una goccia del mare. Servirebbe un vero Recovery Fund per lo sport, un piano che possa donare respiro al comparto e che, al tempo stesso, indichi la strada da seguire nei prossimi 30 anni.

 

7 anni fa, il 21 gennaio 2014, un memorandum della Commissione europea asseriva che lo sport deve essere un motore di crescita ed un volano per l’innovazione. A distanza di tanti anni, quel concetto è ancora attuale e può essere l’incipit per scrivere una nuova pagina sociale. L’Italia può continuare a considerare non prioritario un settore come lo sport? Può rinunciare ad un flusso economico annuo di 12 miliardi di euro? Può dire addio a quelle realtà che nelle periferie delle grandi città assurgono al ruolo di avamposti della legalità e del riscatto sociale? Può privarsi di quelle associazioni che, facendo leva anche sul volontariato, fanno crescere le future generazioni con dei valori positivi e permettono ai talenti di esprimersi e mettersi in mostra? E può lasciare al suo destino un sistema che aiuta il welfare ed abbatte i conti della sanità, permettendo a persone di qualsiasi età di rimanere sane ed in forma? Per tutte queste domande, c’è una ed una sola risposta: No!